|  | 

Povertà e Vita Indipendente

Un recente articolo pubblicato su Vatican.Va riferisce di un’indagine della fondazione Zancan la quale mette in evidenza che la disabilità in Italia si intreccia con l’impoverimento delle famiglie, che devono far fronte a maggiori spese e hanno meno opportunità lavorative e reddituali. Ne conclude che disabilità e povertà si rafforzano a vicenda. Spiega che la povertà non è solo economica, ma che è anche la difficoltà per queste famiglie di accedere ai servizi e relazionale, tanto che spesso, “in caso di bisogno non possono contare su una “rete”.

La povertà economica, dunque, mette a repentaglio non solo il bisogno di sopravvivenza (alimentarsi, abitare, scaldarsi, spostarsi, difendersi), bisogno che tutto il mondo animale avverte come fondamentale, ma tutti i bisogni più specificamente umani come quelli della libertà, dell’autodeterminazione, della privacy, per citarne solo una parte. Questi bisogni sono talmente avvertiti come fondamentali che il mondo occidentale ha dovuto tutelarli con delle leggi, di annoverarli tra i diritti.

Quando si parla di diritto alla vita indipendente ci si riferisce a tutti i bisogni e alle aspirazioni che costituiscono la persona umana.

Se si è sentita la necessità di aggiungere fra i diritti quello alla vita indipendente delle persone con disabilità è stato perché, nonostante la nostra costituzione stabilisca l’eguaglianza tra tutti i cittadini e l’obbligo per la Repubblica di rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e l’uguaglianza e impediscano il pieno sviluppo della persona umana e la sua partecipazione alla vita sociale, politica ed economica del Paese, tale principio fondamentale non viene applicato a favore dei cittadini con disabilità, in ragione della loro condizione personale.

Va detto che tale diritto, quello della vita indipendente, viene declinato ancora, purtroppo, in modo limitativo sia dalla nuova riforma di legge sulla disabilità, sia dalle diverse applicazioni regionali e locali. La ragione è la solita: la mancanza di fondi. Mancanza di fondi che deriva dall’impostazione culturale che sta pericolosamente togliendo valore a tutte le conquiste da poco “raggiunte”, per fare spazio ad arrangiamenti che con la libertà, l’autodeterminazione e la privacy hanno ben poco a che fare. 

Ma anche per la sopravvivenza c’è poco da scherzare. Per esperienza personale e associativa sperimento quotidianamente la difficoltà di farmi bastare i fondi che la pubblica amministrazione mette a disposizione per l’assunzione di assistenti personali. Queste figure, scelte da noi persone direttamente interessate, sono quelle che ci permettono di prenderci cura del nostro corpo, alzarci dal letto, uscire di casa, fare la spesa, gestire casa nostra, il nostro andamento familiare, accogliere gli ospiti, andare a lavorare o a scuola, provvedere alla burocrazia, andare a prendere una cioccolata o un aperitivo, al cinema o a teatro, a un concerto o a una riunione politica o religiosa o altro, tornare a letto e cambiare posizione alla bisogna. Tutte cose che rientrano nella normalità del vivere. Tutte cose che ci fanno liberi e uguali.

Ci sono persone con gravissime disabilità che necessitano di assistenza per ciascuna delle azioni che ho elencato, e di altre ancora, ma ci sono persone che ne necessitano solo per alcune operazioni, e ovviamente i costi cambiano. Ma il sistema non arriva a coprire tutte le spese (di assistenza, attenzione), privando queste persone del loro diritti, cioè discriminandole e lasciando molte di loro in condizione di povertà, costrette a gravare sulla famiglia o recluse in istituti anche quando, con qualche supporto assistenziale, potrebbero rendersi autonome e magari lavorare.

Ci sarebbe molto da dire sulla mancanza di fondi, basta citare l’aumento della spesa militare e gli sprechi, spese che sottraggono risorse all’assistenza (ma anche alla scuola, alla sanità, alle politiche della casa, alla manutenzione di strade, parchi e giardini, allo spettacolo, allo sport popolare).

Sul che fare: c’è da prendere coscienza che l’impostazione culturale secondo la quale disabilità e problemi di salute sono incidenti di percorso imprevedibili va ribaltata, perché la disabilità è prevedibile e va prevista, sia dalla società che dalla politica, mettendo in conto tutte le misure volte ad assicurare a tutti e a tutte libertà e uguaglianza. 

Le persone con disabilità devono per prime maturare la consapevolezza di valere come persone, come tutte e tutti. Genitori ed educatori devono infondere questa consapevolezza, non solo come forza psicologica che dia la sicurezza, la fermezza, e il coraggio di fare delle scelte e di pagare per i propri errori, ma anche il senso di appartenenza civica con la quale si acquista la serietà giusta per interloquire con chi ci governa e ci amministra che sembra si siano dimenticati che occupano quel posto per rispettare e far rispettare la costituzione.

Con questa consapevolezza radicata in ciascuno e ciascuna troveremo le forme e la forza per resistere e imporre questa logica, perché libertà, autodeterminazione, privacy sono considerati futili da chi detiene il vero potere, cioè quei pochi privati, quell’1% sulla faccia della terra preoccupato del suo benessere e della sua salvaguardia, non certo dei nostri bisogni e dei nostri diritti, che riesce a condizionare gli Stati e le loro politiche. Per supportarmi nel mio percorso di vita indipendente fate una donazione qui.

Ida Angela Sala

Articoli simili